Dopo il martirio di padre Giuseppe Puglisi, il parroco del
quartiere palermitano di Brancaccio assassinato dai sicari di Cosa nostra il 15 settembre
del 93, una gran parte della Chiesa siciliana si è interrogata, avviando un
percorso di autocritica.
Come spiegare, infatti, la persistenza del fenomeno mafioso in una regione che si dice,
per la quasi totalità dei suoi abitanti, cattolica? Cosa è stato per tanti anni il
paradosso di un partito - la DC - al tempo stesso cattolico e fortemente inquinato da Cosa
nostra?
Dopo una prolungata fase di silenzio, la Chiesa siciliana ha vissuto il momento della
denuncia.
Don Giuseppe
Puglisi inaugura un diverso modo di affrontare il problema: invita i mafiosi al dialogo e
alla conversione e, indirettamente, si fa autore di un disegno organico di pastorale che
possa raggiungere tale obiettivo.
E questa la strada che la comunità ecclesiale decide di seguire, almeno nelle
dichiarazioni di principio, per rispondere ai ripetuti appelli che vengono da più parti
per una maggiore ed originale presenza nei confronti dellallarmante fenomeno
mafioso.
E, soprattutto, la risposta che la Chiesa siciliana si sente di dare alle
provocazioni rappresentate dalle indagini della magistratura che in questi
anni hanno a diverso titolo lambito o direttamente colpito alcuni suoi uomini.
Nonostante le numerose resistenze, il cardinale Salvatore De Giorgi ha affidato a cinque
saggi il compito di stilare una bozza di pastorale per i mafiosi. E non è
solo un decalogo per i sacerdoti, ma una vera e propria presa datto degli errori
commessi nel passato, con lindicazione di una strada nuova da seguire.
Il dibattito è avviato. Alla ricerca della conversione dei mafiosi, la Chiesa siciliana
propone adesso un discorso proprio, diverso dalle parole del discorso
socio-politico o politico o anche etico-civile, come spiega Cataldo Naro, preside
della Facoltà teologica di Sicilia, uno dei più illuminati teorici di questo nuovo
corso. Non si tratta - dice - di piegare il Vangelo ad una funzione
etico-civile di supporto formativo di diffusi atteggiamenti antimafia ma piuttosto di
riaffermare lassoluta incompatibilità tra professione di fede cristiana e
comportamento mafioso e quindi, di esprimere nella semplice e ordinaria quotidianità di
vita delle comunità ecclesiali il rifiuto della prassi e della mentalità mafiosa per
fedeltà al Vangelo e secondo modalità ispirate al Vangelo, oltre che per coscienza
civile e secondo forme comuni dellimpegno civile.
La Chiesa siciliana, dunque, rivendica un suolo ruolo autonomo nel percorso di liberazione
dalla mafia.
Sebbene non manchino le polemiche su questo cammino. Resta, ad esempio, da capire come si
sia potuta conciliare con questo 'nuovo corso', la decisione della Curia di Palermo di non
costituirsi parte civile nel processo per lomicidio del parroco di Brancaccio, che
pure vedeva molti giovani della comunità di padre Puglisi testimoniare in unaula di
giustizia.
Salvo Palazzolo |